milano_seconda edizione di dressed-Up: a critical fashion show


Originalissimo show room per stilisti e designer emergenti e raccoglitore di creatività, Isola della Moda è la dimostrazione che un’altra moda è possibile: uno stile etico e consapevole che riscopre il lato umano della moda e dei suoi processi di produzione.

In occasione della seconda edizione di Dressed-Up: a critical fashion show, sfilata-happening presentata nel contesto della fiera Fa’ la Cosa Giusta, abbiamo incontrato Guya, mente creativa di Isola della Moda insieme a Luca, che ci ha raccontato qualcosa di più sull’evento e sul progetto.

Com’è cambiata Isola della Moda nel corso degli anni?

Isola della Moda è innanzitutto un progetto. Nasce nel 2004, come spazio espositivo, con l'idea di coniugare diverse forme di creatività: dalla creazione artigianale di moda, al design, alle mostre fotografiche e d'arte…

Col tempo abbiamo voluto dedicarci prevalentemente alla moda, e abbiamo sviluppato un discorso che ruota intorno alla moda critica.

Abbiamo lavorato soprattutto sul network, sull'idea di mettere in relazione vari soggetti del settore moda, partendo da quelle che possono essere le esigenze di un giovane marchio indipendente.

Oggi, isola della Moda è uno showroom per marchi indipendenti, un punto vendita, un laboratorio per la produzione, uno spazio di incontro e di confronto, ma anche uno staff che può supportare un giovane brand di moda indipendente a sviluppare il proprio progetto seguendolo in tutte le fasi, dalla produzione all'immagine, passando per la comunicazione e l'organizzazione di eventi.

Siete una realtà relativamente giovane. Quale pensate che sia il vostro "valore aggiunto", l'elemento che vi distingue maggiormente rispetto alle altre realtà milanesi?

Ci siamo accorti con gli anni che per chi fa moda critica, per chi cioè si pone al di fuori delle logiche del grande mercato della moda, trovare spazi dove vendere i propri prodotti è importante, ma non è sufficiente.

Il settore moda vive di una serie di strumenti che sembrano accessori, ma che in realtà sono indispensabili: si pensi ad esempio ai servizi fotografici, o alle presentazioni delle collezioni, o all'organizzazione di sfilate, per non parlare della comunicazione: è importantissimo "saper comunicare" un concetto, prima ancora di un prodotto…

Quando diciamo che Isola della Moda è un laboratorio, intendiamo proprio questo: uno spazio eclettico dove persone che lavorano in ambiti diversi possano mettere in gioco le proprie competenze e creare un network di collaborazioni.

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Parliamo di Dressed Up, una sfilata che è molto più di una sfilata: com'è nato e come si articola l'evento?

DRESSED UP: a critical fashion show, è un'idea che abbiamo tenuto nel cassetto per diverso tempo.

Sapevamo di "doverlo fare", prima o poi, ma abbiamo aspettato di avere tutte le risorse necessarie, soprattutto dal punto di vista umano, per realizzarlo.

Uno staff affiatato ed entusiasta è stato l'elemento essenziale: persone che fanno lo stesso mestiere, che vedono la moda da un punto di vista simile e che decidono di condividere l'esperienza di una sfilata dando importanza non solo al proprio marchio, ma soprattutto al concetto che li accomuna: questa è stata la vera forza di DRESSED UP.

La prima edizione di D+UP si è svolta lo scorso anno nel corso della Settimana della Moda milanese. Quest'anno lo scenario è quello della mostra mercato del consumo critico Fa' la Cosa Giusta.

In che modo questo nuovo contesto ha influito sulla natura dell'evento?

La prima edizione di D+UP è stato per tutti noi un banco di prova e un'esperienza importantissima: volevamo che durante la Settimana della Moda si riuscisse a mostrare e dimostrare che esiste anche "un'altra moda": più concreta e tangibile, più umana e vicina alle persone rispetto a quella che ci viene presentata dal fashion system istituzionale.

Abbiamo coinvolto 12 stilisti di "moda critica", che hanno fatto sfilare ragazze comuni, bellezze autentiche, con personalità, capaci di far risaltare la bellezza dell'abito che indossano a prescindere dalle misure canoniche.

Abbiamo voluto che la sfilata fosse pubblica, e non a porte chiuse, come di solito succede: alle sfilate vengono invitati solitamente solo gli esperti del settore, o gli ospiti vip; ma la moda appartiene solo a questa ristretta cerchia, tutti noi siamo fautori e consumatori delle "nuove tendenze".

Ora stiamo lavorando alla realizzazione della seconda edizione di DRESSED UP: a critical fashion show, ed il concept che abbiamo pensato per questa edizione è Re_PUBLIC FASHION: la moda che ritorna ad essere pubblica, di tutti.

Il vostro è un "laboratorio-contenitore" per giovani stilisti e designer. Qual è il filo conduttore della vostra ricerca, l'elemento discriminante che vi fa accettare o declinare una possibile collaborazione?

La volontà di mettersi in gioco, di collaborare.

Proprio perché siamo un laboratorio, ci piace che le persone abbiano voglia di sentirsi parte del progetto, non solo di "sfruttare" un servizio.

Fa' la Cosa Giusta è l'ambiente ideale per il vostro progetto. Potete dirci com'è nata questa collaborazione?

Fa’ la Cosa Giusta è un contesto ideale perché il pubblico della Fiera è attento alle tematiche che proponiamo.

La collaborazione con la Fiera è cominciata ormai qualche anno fa. Proprio con la creazione della sezione CRITICAL FASHION, quindi l’idea di proporre D+Up all’interno di questo contesto ci è sembrata un’evoluzione naturale di questa collaborazione.


A proposito di D+UP: salta all'occhio una sensibilità particolare per lo spazio inteso come veicolo di comunicazione, con il coinvolgimento del pubblico attraverso una sfilata/performance e attraverso un allestimento che valorizzi il contatto con il pubblico. Qual è il vostro intento?

Come dicevo prima, il concept di questa nuova edizione è Re_PUBLIC FASHION. Vogliamo che il pubblico abbia la possibilità di riappropriarsi del concetto stesso di moda.

Il vestire è qualcosa che ci accomuna tutti, e in questo senso la moda è l'espressione pubblica della nostra identità: perché quindi doversi accontentare di una moda istituzionale?

Allo stesso modo, solitamente, gli eventi di moda hanno un format molto esclusivo: abbiamo voluto stravolgere questa forma, pensando a un evento dove ogni fase dell'organizzazione diventi pubblica. Ad esempio, durante D+UP, il pubblico potrà assistere alla fase del make up che solitamente avviene nel backstage.

Abbiamo pensato ad allestimenti che potessero creare un ambiente rilassante e rilassato, dove le persone possano godersi lo show con tranquillità.


Il legame tra luogo e soggetto è anche il tema che sta alla base della mostra fotografica Re_Public Fashion. Da cosa nasce la volontà di immortalare i luoghi più tradizionali del quartiere?

Il Quartiere Isola è un luogo molto particolare: ha mantenuto negli anni le caratteristiche di una “vecchia Milano” che mano a mano va scomparendo.

Allo stesso tempo però, dal punto di vista creativo, è una zona giovane, ricca di proposte e spazi d’avanguardia.

Idealmente, la moda critica è a metà strada tra la sartoria, un mestiere artigiano dal sapore antico, e l’innovazione creativa.

Il progetto Re_PUBLIC FASHION, che non a caso prende il nome della seconda edizione di D+UP, ha voluto fissare questo incontro ideale fra luogo e soggetto della fotografia, nonché valorizzare un quartiere al quale siamo molto affezionati.

Qual è il vostro rapporto con lo spazio e con l'ambiente milanese, in particolare con un quartiere caratteristico come l'Isola?

L'Isola è il nostro ambiente naturale: è un po' al di fuori della routine milanese, ma allo stesso tempo ne fa parte… È un luogo di incontro, di passaggio, di scambio, un quartiere creativo, che valorizza l'aspetto umano di chi lo abita.

Chiudo con una domanda di rito: quali sono i vostri progetti per il futuro?

Per ora pensiamo all’immediato futuro, e vi invitiamo numerosi alla seconda edizione di DRESSED UP: a critical fashion show!

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